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domenica 2 novembre 2014

Virus della leucemia felina- FeLV: Terapia e Prevenzione


Oggi concludiamo il percorso dedicato al vir­us della leucemia felina parlando di diagnosi, terapia e prevenzione.
Data l'azione immunosoppressiva di FeLV, è ritenuto fondamentale conoscere lo stato retrovirale di un gatto poiché le conseguenze di tale infezione sono quasi invariabilmente fatali. Una diagnosi accurata è indicata sia nei soggetti infetti che in quelli sani e a tal proposito sono state redatte linee guida per comprendere i criteri secondo cui testare un soggetto apparentemente sano od uno ammalato.
In linea generale è suggerita l'indagine in:
  1. soggetti malati, indipendentemente dall'età, dall'esito di precedenti esami e dallo stato vaccinale, non dimenticando l'importanza dell'anamnesi.
  2. soggetti di cui è ignota l'origine e, quindi, la storia clinica indipendentemente dal fatto che siano apparentemente sani o che vengano introdotti in ambienti privi di altri felini.
  3. soggetti potenzialmente a rischio di contrarre FeLV per il loro stile di vita: gatti con accesso all'esterno in zone endemiche alla malattia
Si parte eseguendo un minimum database del paziente (esame emocromocitometrico, biochimico e delle urine). Le alterazioni che possono principalmente indurre il sospetto di leucemia felina sono: anemia (normalmente microcitica non rigenerativa), accompagnata o meno da altre citopenie, e un' iperproteinemia con gammopatia policlonale (aumento di varie classi di proteine).
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Esistono poi test specifici per FeLV, sostanzialmente suddivisibili in due tipi: quelli che rilevano una viremia cellulo-associata, cioè il virus  all'interno di leucociti/piastrine, (immunofluorescenza o IFA) e quelli che ricercano una viremia siero-associata ovvero virus libero nel sangue (ELISA p27, immunocromatografia). L'ELISA, rispetto all'IFA, ha il vantaggio di essere eseguibile in ambulatorio oltre a risultare cento volte più sensibile dell'immunofluorescenza. Laddove, poi, con l'ELISA non si sia raggiunta una certezza di positività e perduri il sospetto,  bisogna ricorrere ad altre tecniche quali la PCR (Polymerase Chain Reaction). Questo test è in grado di rilevare sia il DNA provirale che l'RNA virale a partire dal sangue o dai tessuti, con risultati positivi anche in gatti cosiddetti “discordanti” ovvero con antigeni contro FeLV ma non viremici.
Per quanto riguarda la terapia, esistono ad oggi pochi protocolli efficaci all'eliminazione dell'infezione da FeLV. Bisogna tenere a mente che le malattie presenti in gatti positivi alla leucemia felina sono spesso secondarie all' immunosoppressione e non direttamente provocate dal virus: pertanto l'obbiettivo è quello di garantire il mantenimento di una qualità di vita ottimale in maniera da ridurre la minimo il rischio di contrarre patologie aggravanti lo stato di salute del gatto.
Se il soggetto positivo vive in gruppo o in una comunità di gatti, la prima regola è quella di separarlo dagli altri e confinarlo in luogo chiuso in maniera tale da evitare la diffusione della malattia. E' sempre opportuno mantenerlo in condizioni igieniche ottimali, nutrirlo con cibi di ottima qualità e prestare costante attenzione al peso, poiché il deperimento fisico è spesso un segno prognostico negativo. Sotto il profilo sanitario sarebbe buona norma programmare un controllo periodico per evitare parassitosi intestinali, polmonari e ectoparassiti. Alla visita sempre porre particolare attenzione a: apparato respiratorio, linfonodi e cavo orale per poter evidenziare precocemente alterazioni linfatiche o lo sviluppo di fauciti/stomatiti. Semestralmente, inoltre, è consigliabile procedere con controlli ematologici-biochimici che aiutano ad evidenziare l'andamento di eventuali anemie, citopenie o leucemie. A livello farmacologico, infine, sono diversi i farmaci sotto sperimentazione (immunomodulatori, antiretrovirali) ma ci sono ancora forti dubbi sull'efficacia. Il più utilizzato, con risultati discordanti, risulta ancora l'interferone omega felino (1.000.000 U/kg SC per 5 giorni consecutivi, tre cicli distanziati di 15 gg ciascuno).
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In ultimo ma non meno importante, data la portata e la mortalità dell'infezione da FeLV, vaccinare regolarmente i gatti a rischio di contrarre la leucemia felina rimane la prima e fondamentale regola a livello sanitario.
Articolo a cura della Clinica Veterinaria Borgarello.    
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venerdì 24 ottobre 2014

Virus della Leucemia Felina FeLV: Aspetti Clinici

In questo capitolo dedicato al FeLV affronteremo più nello specifico alcuni aspetti clinici della leucemia felina. Le patologie associate a FeLV compaiono solo nei soggetti con viremia persistente, solitamente nell’arco dei tre anni successivi all’infezione, sono legate allo stato di immunosoppressione virus indotta, molto variabili e mortali nel 70%.
La depressione midollare è la più frequente sindrome clinica derivata dalla presenza del virus della leucemia felina. FeLV colpisce primariamente le progenitrici delle cellule del sangue e le cellule stromali che rappresentano il loro supporto nutritivo. Nella maggior parte dei casi si ha come conseguenza un’ipoplasia midollare con riduzione di una o più linee cellulari ematiche. Quando la depressione coinvolge la linea eritroide si ha anemia e la forma più classica FeLv associata è di tipo normocromico, normocitico, non rigenerativo. Esistono poi casi di concomitante riduzione nella produzione di cellule della linea bianca (leucociti) che può assumere caratteristiche selettive: frequentemente, in fase iniziale, si assiste infatti a neutropenia (ridotto numero di granulociti neutrofili circolanti) anche se lieve e transitoria.
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Il linfoma, insieme alla sopra descritta anemia da depressione midollare, è il segno clinico più comune in corso di leucemia felina. I gatti FeLV positivi sono sessanta volte più predisposti dei negativi alla formazione di tale neoplasia: pare che  il 25% dei gatti infetti possa sviluppare linfoma, soprattutto in età compresa tra 2-4 anni. Le forme più frequentemente riscontrate sono: linfoma mediastinico e linfoma multicentrico; linfomi renali, spinali o atipici (cutanei o oculari) risultano meno comuni ma comunque riscontrabili, mentre la forma statisticamente più rara in tali soggetti è quella localizzata a livello gastroenterico. In base a quanto detto è altamente consigliabile far sempre eseguire un test per FeLV in soggetti a cui viene diagnosticato un linfoma.
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Esistono poi altre patologie legate all’infezione da FeLV tra cui molte malattie immuno-mediate quali anemia emolitica, poliartriti e glomerulonefriti, quest’ultime rare. Nelle prime fasi di viremia in alcuni soggetti è riscontrabile una linfadenopatia periferica ad andamento benigno, all’opposto, qualora compaia in stadi avanzati di viremia persistente assume quasi inesorabilmente andamento grave ed è spesso difficile da differenziare dal linfoma. Una particolare forma di enterite cronica con degenerazione delle cellule epiteliali intestinali e necrosi delle cripte è stata associata alla leucemia felina così come malattie infiammatorie e degenerative del fegato. Esistono poi manifestazioni neurologiche, al di là del linfoma, che consistono principalmente nella comparsa di neuropatia periferica con anisocoria, midriasi, sindrome di Horner, incontinenza urinaria, vocalizzazioni anomale, iperestesia, paresi e paralisi. Raramente, infine, si hanno manifestazioni legate all’apparato riproduttivo quali riassorbimento fetale, morte neonatale e la “fading kitten syndrome”.
Articolo a cura della Clinica Veterinaria Borgarello.    
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venerdì 17 ottobre 2014

FIV: Segni Clinici, Diagnosi e Terapia

Riprendiamo oggi il discorso sul virus dell'immunodeficienza felina (FIV), parlando di segni cinici, diagnosi e opzioni terapeutiche.
 
Il FIV, analogamente all'HIV, ha una patogenesi caratterizzata da un lungo periodo di latenza clinica durante il quale le funzioni del sistema immunitario gradualmente si deteriorano. Terminata questa prima fase, si passa alla vera e propria Sindrome da Immunodeficienza Acquisita (AIDS) che può portare all' instaurarsi di infezioni opportunistiche, malattie sistemiche, direttamente o indirettamente correlate alla presenza del virus, e neoplasie. Raramente FIV induce direttamente una malattia: caratteristica saliente di un gatto positivo ammalato è il fatto di essere affetto da patologie opportunistiche ad andamento cronico, ricorrenti e, spesso, refrattarie alle terapie con dosaggi classici.
Nel periodo post infezione si possono avere febbre, diarrea, congiuntivite e linfoadenopatie di grado variabile, molto spesso inosservate perché di breve durata. Esami ematologici in questa prima fase evidenziano linfopenia e neutropenia marcata. Terminato tale periodo, si passa ad una fase di latenza priva di sintomi che può durare molti anni (5-10) e la sua evoluzione verso lo stadio finale di malattia (sindrome da immunodeficienza) dipende da molti fattori: età (soggetti che contraggono FAIDS molto giovani hanno un'evoluzione più rapida), stato di salute del paziente nelle prime fasi d'infezione, stile di vita e dose e via di inoculazione, condizioni immunitarie soggettive. Le patologie più frequentemente diagnosticate nello stadio avanzato di FAIDS sono: sindrome stomatite/gengivite/faucite, anemia e leucopenia, insufficienza renale, IBD linfoplasmocellulare, emoplasmosi, infezioni opportunistiche (micosi, herpesvirosi, demodicosi, infezioni batteriche, sinusiti). Altre più rare sono: infiammazioni oculari (uveite e corio retinite) e neoplasie, in particolare il linfoma alimentare, a cui gatti FIV+ sono 10 volte più predisposti dei negativi.
Capisaldi nella diagnosi di FIV sono innanzitutto l'anamnesi, comprensiva della “provenienza” dell'animale, e gli eventuali segni clinici. Qualora si sospetti, in base alle suddette, un'infezione virale come causa o co-fattore della patologia osservata, allora si può procedere con esami clinico-patologici specifici. I test commerciali in ELISA offrono un'ottima affidabilità (sensibilità e specificità attorno al 95%): essi si basano sul rilevamento degli anticorpi prodotti contro il virus, tenendo conto che la sieroconversione si realizza 2-4 settimane dopo l'infezione. La maggior parte dei kit diagnostici da raramente falsi negativi, mentre possono verificarsi falsi positivi in un terzo dei soggetti testati: se nascono dubbi in tal senso, si può ricorrere alla PCR per confermare o smentire il risultato.
I gatti FIV positivi hanno mediamente una certa longevità: la presenza del retrovirus nell'organismo non preclude la possibilità di condurre una vita lunga e di buona qualità. A garanzia di ciò, però, è necessario gestire correttamente il gatto da un punto di vista sanitario ovvero sottoporlo a regolari vaccinazioni e intervenire repentinamente coi normali protocolli qualora insorgessero patologie di ogni genere. Il Fiv, infatti, non interferisce con la risposta immunitaria ai vaccini né inficia l'efficacia dei farmaci più comunemente usati: buona accortezza sarebbe quella di prolungare il tempo delle terapie rispetto ai soggetti sani. Ci sono comunque alcuni farmaci potenzialmente dannosi per i gatti FIV+ quali: la griseofulvina (antimicotico), provoca aplasie midollari, e l'itraconazolo.
Per quanto riguarda, infine, vere e proprie terapie antivirali ovvero mirate a ridurre il livello plasmatico di virus e a far aumentare i CD4+ (principali target del FIV) , al momento rispetto alla medicina umana si hanno a disposizione meno soluzioni. L'AZT (azidovudine) è attualmente il farmaco più studiato ma i pareri sulla reale efficacia sono ancora discordanti. Sotto osservazione è anche l'Interferone Ricombinante Felino (fIFNω), maggiormente accreditato e già largamente sperimentato nei trattamenti per infezioni da retrovirus e altri, FeLV compresa. Rispetto all'interferone di origine umana, anch'esso utilizzato per gli effetti immunomodulatori, l' fIFNω agisce come vero e proprio antivirale.
Articolo a cura della Clinica Veterinaria Borgarello.    
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sabato 11 ottobre 2014

FIV: Virus dell’Immunodeficienza Felina

 Iniziamo oggi ad affrontare il discorso sull'immunodeficienza felina  che rappresenta un capitolo vasto ed importante nell'ambito delle malattie infettive del gatto.
Il FIV (Feline Immunodeficiency Virus) è un retrovirus della sottofamiglia dei lentivirus, specifico dei felini, responsabile di una sindrome da immunodeficienza acquisita (AIDS) e diffuso in tutto il mondo. FIV condivide molte caratteristiche morfologiche e biochimiche col virus dell'immunodeficienza umana (HIV) sebbene siano antigenicamente differenti; non è mai stata provata trasmissione interspecifica (uomo-gatto e viceversa) quindi sono definibili altamente specie specifici. La patogenesi delle infezioni sostenute da questi virus è molto simile ed è caratterizzata da un lungo periodo senza sintomi clinici: per tale ragione la specie felina rappresenta un ottimo modello per gli studi sull'HIV.
Il virus dell'immunodeficienza felina ha come principale via di trasmissione quella orizzontale - diretta attraverso morsi e graffi soprattutto in occasione di combattimenti e lotte, ma anche di accoppiamenti. Studi epidemiologici hanno dimostrato che la prevalenza di FIV è influenzata dallo stile di vita dei gatti in una data popolazione: la vita libera (fuori e dentro casa o selvatici) favorisce la diffusione della malattia. I maschi interi sono soggetti a maggior rischio e ,in generale i maschi risultano da 2 a 4 volte più infettati delle femmine; solitamente i gatti adulti vengono colpiti più dei giovani. Esiste la possibilità, per quanto più rara, di trasmissione sessuale e anche quella madre-gattino; la trasmissione verticale, poi, avviene soprattutto se la femmina si infetta in una fase precoce della gravidanza. Bisogna infine annoverare la trasmissione iatrogena, sempre da gatto a gatto, ovvero attraverso aghi e strumenti contaminati o trasfusioni da animali infetti.
L'infezione da FIV è permanente: il virus, infatti, non può essere debellato e l'animale si trova a dover “convivere” con questo ospite per tutta la vita. Nel momento in cui esso penetra nell'organismo si instaura, comunque, una decisa risposta immunitaria anticorpale e cellulo-mediata tanto da rendere il virus latente anche per periodi molto lunghi. La caratteristica della patogenesi di FIV è il progressiva compromissione dei normali sistemi difensivi del soggetto infettato: le differenti modalità con cui la malattia può manifestarsi dipendono dal tipo di cellule del sistema immunitario in cui esso va a replicarsi in misura maggiore. Il FIV è in grado di moltiplicarsi nei linfociti T (CD4+CD8+), nei linfociti B, nei macrofagi, negli astrociti e nelle cellule della microglia in misura eguale o prevalendo in una linea rispetto ad un'altra. Nelle prime settimane dall'infezione sono i linfociti T (soprattutto CD4+) il principale serbatoio del virus, poi però questi tende ad attaccare anche la linea monocitica- macrofagica; dal 10° al 14° giorno post infezione (fase molto precoce) è possibile isolarlo solo dai linfociti. La viremia va incontro ad un rapido aumento fino al 21°giorno, raggiunge il picco alla settimana/ottava settimana per poi decrescere gradualmente: tornerà ad aumentare soltanto negli stadi terminali di malattia. Di contro nelle prime fasi, viremia alta, diminuiscono i CD4+, poi anche i CD8+ che, successivamente, tornano ad assestarsi su livelli normali; in fase finale, però, tutta la linea linfocitaria diminuisce definitivamente.
Oltre alla sopracitata linfopenia (diminuzione dei linfociti), il FIV agisce provocando alterazioni alle cellule difensive dell'organismo tra cui la perdita di capacità replicativa dei linfociti di fronte ad uno stimolo. Si annovera anche una ridotta produzione di citochine che contribuisce allo status di immunodeficienza. Gravi disfunzioni si hanno inoltre a livello di immunità cellulo-mediata (macrofagi) con intensità maggiore di quelle che colpiscono i linfociti (immunità umorale). La conseguenza più logica di questo progressivo annientamento del sistema difensivo, soprattutto cellulo-mediato, è l'instaurarsi di infezioni opportunistiche quali quelle provocate da microrganismi intracellulari, condizioni infiammatorie croniche e le neoplasie. Di contro, i gatti FIV+ rispondono molto bene alle normali vaccinazioni poiché per esse interviene l'immunità anticorpale: per questa ragione oltre che per lo stato immunodepressivo è assolutamente consigliabile eseguire regolari vaccinazioni anche ai gatti immunodeficienti.
Articolo a cura della Clinica Veterinaria Borgarello.    
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martedì 29 aprile 2014

Portare il gatto dal veterinario

 
Andare dal dottore non piace quasi a nessuno, meno che mai al gatto, animale per natura indipendente, territoriale, ossessivamente sensibile agli odori e costantemente bisognoso di avere un totale controllo su ciò che gli sta intorno. Ecco spiegato perché per molti gatti (e padroni!) la visita dal veterinario risulta spesso un'esperienza decisamente stressante di cui, per altro, portano memoria a lungo.
Una corretta gestione del proprio animale presuppone, quantomeno, uno o due controlli sanitari annui: per evitare veri e propri “cataclismi” un primo e importante passo è quello di sensibilizzare ed informare il proprietario sull'importanza del suo ruolo prima, durante e dopo la visita dal veterinario. Esistono vere e proprie linee guida a riguardo (International Cat Care) da cui prendiamo spunto per dare qualche dritta utile e alla portata di qualsiasi possessore di gatto.
Un primo aiuto deriva dalla consapevolezza che il gatto è per natura estremamente sensibile agli odori: sfruttando questa caratteristica si suggerisce di riempire il trasportino, prima di metterci l'animale, con una coperta o quant'altro il gatto usa normalmente per coricarsi in casa. A questa si può poi aggiungere un indumento appartenente al membro della famiglia con cui va più d'accordo e di cui si fida di più. Per quelli che tendono a “sporcare” per la paura, va bene anche mettere un po' di sabbietta da lettiera.
 
Ricordate che il trasportino non dovrebbe essere un oggetto che compare soltatrasportinovetborgarellonto quando bisogna andare dal veterinario: meglio lasciarlo sempre a vista in casa, magari aperto con dentro qualcosa di familiare, anche un giochino. Bisognerebbe procurarsene uno solido, con poca visuale sull’esterno e dalla chiusura sicura; i più pratici sono quelli con apertura sul tetto, perché consente di porvi il gatto con maggior delicatezza. La grandezza è altresì importante: l'animale non deve rischiare di “rotolarci” dentro durante il trasporto, quindi non eccedere con le dimensioni!.
Quando è ora di “infilare” il gatto nel trasportino, se lo si vede “terrorizzato” dalla questione, levarglielo da sotto gli occhi. Poi, con calma e tono rassicurante, avvolgerlo in un asciugamano (ricordate la questione degli odori familiari?) e velocemente ma con delicatezza metterlo all'interno del trasportino.
Il viaggio in macchina è un momento altamente stressante e la prima e imprescindibile regola dovrebbe essere: mai lasciare il gatto libero in automobile!. Il trasportino va fissato bene , così da impedirne eccessivi movimenti; lo si può inoltre coprire con un asciugamano preso in casa per limitare la stimolazione visiva e per trasmettergli odori familiari. Bisogna cercare di non essere troppo “rumorosi”, il mondo esterno è già sufficientemente debilitante per un felino! e può essere d'aiuto provare a parlargli con tono rassicurante. Evitare, poi, di guidare come foste all'autodromo di Monza!.
All'arrivo in ambulatorio/clinica sollevare e maneggiare il trasportino con delicatezza, cercando di non farlo ciondolare qua e là e stando attenti a non  sbattere le portiere. In sala d'aspetto, se la struttura lo consente, l'ideale sarebbe trovare un posto lontano da eventuali altri pazienti, magari sollevato ci fossero dei cani. Nel caso di eccessivo sovraffollamento, meglio aspettare il proprio turno in macchina. Un'ottima consuetudine è quella di continuare a parlare al gatto con tono rassicurante in maniera tale da concentrare la sua attenzione su di voi.
Una volta entrati in sala visita è sempre bene lasciar tranquillo il gatto per qualche minuto così da aiutarlo a “digerire” tante novità tutte insieme: buona consuetudine sarebbe iniziare a parlare col veterinario valutando cosa c'è da fare, ignorando temporaneamente l'animale. Quando è ora di tirar fuori il gatto dal trasportino si può provare semplicemente ad aprirlo per vedere se decide di uscire da solo. Nel caso in cui appaia particolarmente titubante o timoroso, meglio sollevarlo con delicatezza dall'alto, magari avvolto nella sua coperta, evitando di prenderlo dalla collottola. A seconda di cosa bisogna fare e della confidenza che il proprietario ha col proprio animale, si può aiutare il veterinario a tenerlo sul tavolo, sempre accompagnandolo con toni e gesti delicati e rassicuranti. Una volta finita la visita è bene consentirgli di rientrare nel trasportino, coprendolo e lasciandogli il tempo di ritornare ad uno stato di calma accettabile prima di intraprendere il viaggio di ritorno a casa.
Articolo a cura della Clinica Veterinaria Borgarello.
    
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lunedì 28 aprile 2014

Panleucopenia Felina

 
Iniziamo oggi un breve percorso sulle più comuni malattie infettive del gatto, partendo dalla panleucopenia felina. Alcune di esse (Felv, FIP, Herpesvirus) sono già state trattate in precedenza ma verranno rivisitate basandosi sulle più aggiornate fonti scientifiche, altre saranno affrontate ex novo.
La panleucopenia felina (PLF) è una malattia altamente contagiosa sostenuta da un DNA virus (FPV) strettamente correlato a quello che provoca la parvovirosi nel cane, parvovirus canino di tipo 2 (CPV2). Il FPV risulta piuttosto resistente nell'ambiente il che spiega la facilità e rapidità di diffusione soprattutto in zone ad alta concentrazione di gatti (gattili, allevamenti, pensioni). La principale via di trasmissione è quella oro-fecale, ma è contemplata anche un'infezione intrauterina.
La PLF colpisce principalmente gattini di 3-5 mesi, età in cui gli anticorpi materni tendono a diminuire, risultando spesso mortale; anche soggetti adulti, 4-5 anni, possono contrarre tale malattia se non vengono correttamente vaccinati, ma in questo caso c'è un minor tasso di mortalità.
L'infezione da FPV è diffusa in tutto il mondo e causa principalmente forme di enterite e panleucopenia oltre a malattie cerebellari, miocarditi, cardiomiopatie idiopatiche e morte fetale, se contratta nella prima metà della gravidanza.
Il segno clinico principale della panleucopenia felina, analogamente alla parvovirosi nel cane, è la diarrea dovuta a distruzione dei villi intestinali operata dal virus con riduzione, e talvolta scomparsa, delle cellule epiteliali intestinali. In realtà, oltre a questa presentazione “classica”, esistono altre più subdole e variabili sia per gravità che per sintomi.


  • la forma iperacuta e fulminante dà forte e improvvisa depressione, temperatura corporea al di sotto della norma e morte in 24 ore.


  • la forma acuta, invece, porta febbre (40-41°), anoressia, depressione del sensorio e dolore addominale; dopo 24-72h possono subentrare vomito e diarrea con feci liquide, copiose e talvolta emorragiche. Soggetti molto giovani sono destinati a morire per grave disidratazione se non si interviene velocemente con un adeguata terapia di supporto, soprattutto fluidi endovena. Alla palpazione addominale, nei gattini, si possono percepire irregolarità intestinali e linfonodi mesenterici ingrossati; altri possono presentare petecchie ed ecchimosi diffuse per il formarsi di una coagulazione vasale disseminata (CID). Il danno a livello di mucosa intestinale, tra l'altro, crea un ambiente batterico anomalo che favorisce gravi infezioni sistemiche ovvero setticemie con morte nel 90-95% dei casi.


  • la forma subacuta provoca un modesto rialzo della temperatura corporea, depressione ed enterite, talvolta, emorragica. I segni clinici durano due-tre giorni ma, con una buona terapia di supporto, il problema risulta risolvibile.


  • la forma subclinica, infine, è tipica dei soggetti adulti in cui non si hanno segni clinici ma agli esami di laboratorio si può riscontrare una riduzione dei globuli bianchi (leucopenia) da modesta a grave.
 
Particolare attenzione va data a femmine che vengono a contatto col virus durante la gravidanza: l'infezione durante il primo trimestre porta a morte e riassorbimento fetale, se invece avviene più tardivamente determina nascita di gattini con ipoplasia cerebellare (sindrome cerebellare felina). I segni neurologici possono comparire già a tre settimane di vita, ma talvolta i soggetti sopravvivono convivendo con un deficit motorio. Nei casi più gravi, invece, possono subentrare convulsioni, alterazione del comportamento e danno retinico, disgiunto da quello cerebellare.
La diagnosi di PLF si fa' basandosi sulla storia dell'animale, l'età, la presenza dei segni clinici sopra descritti , la diagnostica per immagini e il riscontro di una concomitante panleucopenia grave.  Esistono kit diagnostici commerciali (ELISA) utilizzati nella diagnosi di parvovirosi canina che possono essere adottati anche in corso di panleucopenia felina, mentre poco utile è l'isolamento del virus nelle feci. La conferma definitiva si può avere solo dall'esame istopatologico post mortem del piccolo intestino, milza e linfonodi mesenterici e dal riscontro di ipoplasia cerebellare nel feto e nei neonati
eco panleucopenia
L'elevata contagiosità, la facilità di diffusione oltre alle gravi conseguenze dell'infezione, soprattutto nei gattini, suggeriscono di prevenire tale malattia eseguendo regolari vaccinazioni secondo i protocolli standard.
Non esiste una terapia specifica per la PLF: il rischio di mortalità può essere ridotto intervenendo repentinamente con una terapia di supporto mirata alla sintomatologia. La somministrazione di fluidi endovena con integrazione di elettroliti è un primo e fondamentale passo. Negli animali che vomitano, si sconsiglia una somministrazione forzata di cibo per bocca fino a quando non si è bloccata l'emesi con farmaci mirati (es: metoclopramide 0,2-0,4 mg/kg ogni 6-8 ore) e protettivi gastrici. Nei gatti con grave anemia, ipotensione e ipoproteinemia è consigliata una trasfusione. Importante risulta una copertura antibiotica a largo spettro per scongiurare il rischi di setticemie (amoxicillina/ clavulanico, cefalosporine o ampicilline con aminoglicosidi, fluorochinoloni o metronidazolo); anche in questo caso è preferibile, fin quando si ha una sintomatologia gastroenterica acuta, somministrali per via parenterale. In soggetti privi di sintomi ma ad elevato rischio di contagio, infine, sono state prese in considerazione due opzioni preventive. La prima prevede l'utilizzo di siero iperimmune contenente anticorpi anti FPV; la seconda, maggiormente utilizzata, è la via dell'interferone felino ricombinante (fIFNomega) che può ridurre la mortalità di 4-6 volte. Tanto più precocemente si interviene, tanto maggiore ne risulta l'efficacia: l’interferone viene somministrato alla dose di 2,5MU/kg EV ogni 24 ore per 3-4 giorni e l’effetto si monitora eseguendo conte leucocitarie per 48-72h. Di solito l'innalzamento dei globuli bianchi avviene entro 1-2 giorni.
 
Articolo a cura della Clinica Veterinaria Borgarello.
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La Cheratite Eosinofilica

La cheratite eosinofilica è una patologia della cornea che colpisce soprattutto il gatto ma è possibile riscontrarla anche nel cavallo. E’ una lesione infiammatoria di tipo infiltrativo e progressivo che, oltre alla cornea, può coinvolgere anche la congiuntiva e le palpebre. Per quanto riguarda la cornea non esiste una localizzazione tipica della lesione, anche se la maggior parte dei casi si riscontra a livello della cornea temporale-dorsale. La lesione si presenta come placche rossastre a superficie ispessita e irregolare, con alcuni depositi biancastri, considerati patognomonici della malattia. Talvolta, l’epitelio risulta danneggiato dalla crescita di tessuto infiammatorio e possono evidenziarsi aree di positività alla fluoresceina. In caso di coinvolgimento palpebrale, si ritengono patognomoniche della patologia lesioni infiltrative del bordo palpebrale, con leucodermia del margine palpebrale, di solito regolarmente pigmentato. In caso di lesioni che coinvolgono aree centrali della cornea, è sempre presente una vascolarizzazione che collega le lesioni al limbo. A livello istologico, le lesioni sono caratterizzate da epitelio ipertrofico ed iperplastico che, di solito, ricopre la lesione. Lo stroma mostra la presenza di infiltrato eosinofilico, linfocitico e plasmacellulare con numerosi macrofagi e neutrofili che, a seconda della gravità, può coinvolgere parte o tutto lo spessore. Frequenti sono pure i mastociti.
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La cheratite eosinofilica non è associata a predisposizioni di razza, sesso o età. La diagnosi si basa sull’aspetto clinico della lesione, ma è facile confermarla con un semplice raschiato citologico corneale. La presenza di numerosi eosinofili è ovvia ed il preparato spesso presenta del materiale di fondo, inoltre, è riempito da numerosissimi granuli dispersi sia da eosinofili sia da mastociti.
Le cause sono sconosciute. Alcune malattie infettive sono state studiate per dimostrarne l’associazione con la cheratite eosinofilica, ma nessun agente in particolare è stato mai isolato. Ci sono comunque frequenti associazioni con l’Herpesvirus felino - FHV1, anche se nei casi in cui è stato isolato il virus non è chiaro se la sua presenza rifletta una coincidenza, una causa o una conseguenza nei confronti della patologia.
Questa malattia oculare andrebbe considerata alla stregua del complesso granuloma eosinofilico felino e, pertanto, considerata una reazione di ipersensibilità. Manifestazioni cliniche o cutanee o enteriche di complesso eosinofilico associate a lesioni oculari non sono comuni ma possibili.
La terapia riportata in letteratura si basa sulla somministrazione orale di megestrolo acetato. I numerosi effetti collaterali di questo farmaco ne limitano molto l’utilizzo, anche se in ambito strettamente oculistico viene considerato un farmaco di prima scelta: il suo uso viene pertanto consigliato soprattutto su lesioni acute e in ogni caso per periodi di tempo limitato. L’alternativa è quella di utilizzare prednisone orale a dosaggi immunosoppressivi con protocollo a scalare. Trattamenti topici con steroidi (desametasone) e ciclosporina sono consigliati.
La prognosi segue le prospettive del complesso granuloma eosinofilico felino, con casi che vengono curati, altri che recidivano e casi che rispondono relativamente.
Articolo a cura della Clinica Veterinaria Borgarello    
           
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mercoledì 16 aprile 2014

Calicivirus Felino (FCV)

 
Proseguiamo e concludiamo oggi il capitolo sulla calicivirosi felina, malattia infettiva virale causata dal calicivirus felino (FCV) e principalmente responsabile di affezioni alle alte vie respiratorie.
La diagnosi clinica risulta spesso presuntiva e si basa sul riscontro di sintomi respiratori quali congiuntivite, scolo oculo nasale, starnuti e ipersalivazione; aprendo la bocca del paziente è inoltre possibile osservare la presenza di ulcere soprattutto a livello di lingua e palato che nei soggetti giovani sono considerabili patognomoniche di calicivirosi. La certezza di malattia non può però basarsi esclusivamente sui dati anamnestici e clinici perché esistono anche altre malattie infettive con presentazione molto simile. E' pertanto necessario ricorrere ad esami di laboratorio specifici che la differenzino da altri patogeni dell'apparato respiratorio come l'Herpesvirus felino, Chlamidiophila felis e Bordetella bronchiseptica.
Un primo metodo consiste nell'isolamento del virus a partire da materiale prelevato tramite tamponi orali, nasali o congiuntivali: il vantaggio risiede nella facilità d'esecuzione, ma l'esigua quantità di virus ottenibile rende il test soggetto a falsi negativi. Per l'evidenziazione diretta di FCV si può ricorrere all' immunofluorescenza, tecnica meno sensibile della precedente soprattutto nelle infezioni cronicizzate e nelle recrudescenze. La sierologia finalizzata all'individuazione degli anticorpi anti-FCV risulta poco attendibile sia a causa del largo impiego del vaccino, sia per la variabilità del titolo anticorpale in dipendenza dal ceppo virale interessato. Il gold standard rimane la PCR (polymerase chain reaction) applicabile a partire da tamponi congiuntivali e orofaringei, altamente sensibile e di facile esecuzione.
calicivirosi borg
La calicivirosi è una malattia nella maggior parte dei casi autolimitante: le manifestazioni oculari e le lesioni orali tendono a scomparire in 48-96 ore. Forme più aggressive, con grave congestione nasale e elevata dolorabilità in bocca, richiedono l'utilizzo di terapie di sostegno mirate a preservare lo stato di idratazione e nutrizione del soggetto e a ridurre il male. Si può ricorrere a decongestionanti topici ad uso pediatrico (a base , ad esempio, di fenilefrina 0,25% o ossimetazolina 0,025%) e, in casi estremi, a sondini naso-esofagei per alimentazione forzata. Quando compaiono segni di irruzione batterica secondaria è indicata una terapia antibiotica con utilizzo di antibatterici ad ampio spettro. Come terapia adiuvante, inoltre, viene annoverato l'utilizzo dell'interferone omega felino o, al limite, l'interferone alfa-2b: sebbene non sembra possano agire su cellule già infettate, aiutano a prevenire l'infezione di quelle sane, accelerando il decorso della malattia. La dose è 30UI al giorno per via orale e/o somministrazione topica oculare (dluiti in gocce artificiali da applicare 3-5 volte al giorno per 10 giorni). L'interferone omega alla dose 2,5 MU/kg sottocute o endovena, a giorni alterni per tre volte, se iniettato nei primi 3-5 giorni d'infezione può accelerare la guarigione e prevenire la comparsa di portatori cronici.
Un capitolo a parte è rappresentato dalle fauciti/stomatiti feline , patologie dolorose e ricorrenti di cui FCV è concausa, insieme ad altri patogeni e fattori non del tutto chiariti. In questi casi la terapia è più che altro palliativa e consiste nell'utilizzo di desametazone a scalare; in questi casi è comunque sempre consigliato procedere ad estrazione completa dei denti coinvolti nel processo infiammatorio.

Data l'elevata morbilità del virus, l'approccio più indicato è quello di profilassi, soprattutto in luoghi che ospitano numerosi gatti: questa consiste in un'adeguata disinfezione degli ambienti, controlli periodici di laboratorio finalizzati all'individuazione di soggetti portatori e appropriata quarantena di animali introdotti dall'eterno. Non dimentichiamo, infine, le regolari vaccinazioni tenendo però ben a mente che esse producono una buona protezione nei confronti delle infezioni acute orali e respiratorie, ma non proteggono dall'infezione ed eliminazione ambientale. Oltre a ciò bisogna tenere a mente che FCV è un virus in costante mutazione pertanto nessun singolo ceppo vaccinale è in grado di proteggere ugualmente bene nei confronti di tutte le varianti di FCV.
Articolo a cura della Clinica Veterinaria Borgarello.
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mercoledì 9 aprile 2014

La Rinotracheite Virale Felina


Nuova tappa del nostro ideale viaggio tra le malattie infettive del gatto è l’ Herpesvirus (FHV1), agente responsabile della rinotracheite virale felina nonché  uno dei patogeni causanti l’URTD (Upper Respiratory Tract Disease) insieme a Calicivirus, Bordetella bronchiseptica e Chlamydophila felis.
L’FHV-1 è un DNA virus appartenente alla famiglia Herpesviridae, genere Varicellavirus. Ha una distribuzione cosmopolita ed in condizioni naturali oltre al gatto domestico risultano recettivi alcuni felidi selvatici quali: tigre, leopardo, lince rossa e ghepardo. Il virus risulta sensibile a solventi lipidici e rapidamente disattivato a temperature elevate (56°C), mentre resiste a lungo a temperature di refrigerazione e congelamento. Ha una bassa variabilità genetica ovvero è difficile che vada incontro a ricombinazioni con diffusione di ceppi differenti da quello classico.
La trasmissione dell’ Herpesvirus avviene sia per via orizzontale, attraverso contatto diretto con le secrezioni di animali infetti, che per via verticale durante la gravidanza. I gattini possono contrarlo anche dopo la nascita ed, in generale, l’età più a rischio va dai 2 ai 12 mesi. La penetrazione avviene attraverso le mucose orali, nasali e congiuntivali ed, essendo in grado di replicarsi soltanto a temperature uguali o inferiori a 37°C, il suo campo d’azione e limitato a: congiuntive, turbinati nasali e rinofaringe. Una diffusione al tratto respiratorio inferiore ed ai polmoni è piuttosto inusuale. 

HerpesvirusHerpesvirus
 










Il virus viene eliminato nell’ambiente attraverso secrezioni oculari, nasali e faringee di animali infetti in fase acuta di malattia o dai portatori sani: quest’ultimi sono soggetti clinicamente guariti in cui FHV-1 permane in forma latente  per tornare a riattivarsi ed essere nuovamente diffuso soltanto in concomitanza di eventi stressanti (terapie con corticosteroidi, gravidanza, lattazione, accoppiamenti o patologie immunosoppressive concomitanti). L’eliminazione non segue immediatamente la riattivazione, esiste infatti una fase di latenza di 4-11 giorni dopo la quale inizia l’escrezione del virus che dura mediamente 2-10 giorni; alcuni di questi soggetti possono manifestare lievi segni clinici in tale fase.
La rinotracheite felina può avere quadri clinici differenti: nella maggior parte dei casi si manifesta in forma acuta, colpendo soggetti  tra le sei e dodici settimane di vita con comparsa di sintomi respiratori quali  starnuti, scolo nasale e oculare sieroso, febbre e anoressia. A questa presentazione segue un’evoluzione della congiuntivite da sierosa a mucopurulenta; soggetti molto giovani possono poi andare incontro a ulcere corneali, tipiche dell’FHV-1, cheratite con successiva infezione batterica secondaria da cui simblefaro e prolasso permanente della terza palpebra. In fase di risoluzione della forma congiuntivale è tipica la comparsa di ulcere e lesioni crostose cutanee soprattutto a livello del canto mediale dell’occhio, delle pinne auricolari e delle narici. La forma acuta di rinotracheite tende a risolversi in 2-3 settimane, ma può predisporre a riniti, sinusiti e congiuntiviti batteriche croniche in età adulta.  In fase di cronicizzazione o di latenza raramente FHV-1 dà forme cliniche evidenti ma, qualora si manifestino, possono essere piuttosto gravi: dermatiti erpetica o aborto nelle gatte gravide.
Nei soggetti adulti, infine, l’infezione da herpesvirus viene associata ad una sindrome oculare definita cheratite erpetica. Questa è caratterizzata da un grave blefarospasmo, iperemia congiuntivale, scolo oculare sieroso o sieromucoso e ulcere corneali.

Articolo a cura della Clinica Veterinaria Borgarello.
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